Notizie

Oggi, 06:00
meteo S-SE
8°C 15Km/h
Oggi, 12:00
meteo N-NE
12°C 39Km/h
Oggi, 18:00
meteo NE
8°C 33Km/h
Domani, 00:00
meteo NE
7°C 26Km/h
Domani, 06:00
meteo NE
6°C 22Km/h
Domani, 12:00
meteo N-NE
15°C 30Km/h
Domani, 18:00
meteo NE
10°C 21Km/h
meteo SO
7°C 11Km/h
meteo O-SO
10°C 10Km/h
meteo S-SO
9°C 13Km/h
meteo O-SO
10°C 7Km/h
meteo O-SO
10°C 7Km/h
meteo O
11°C 18Km/h
meteo O
11°C 18Km/h
meteo NO
8°C 14Km/h



Storia

BIDONÌ, antic. VIDONI, villaggio della Sardegna nella prov. e distr. di Busachi, tappa (off. d’insin.) di Ghilarza. Appartiene all’antico dip. di Parte-Barigadu-desusu dell’Arborèa.

Componevasi questo paese di due rioni detti volgarmente vicinati; ora per la infelicità delle ricolte, per la mortalità che conseguitò i disagi, e per la emigrazione di molte famiglie è ridotto ad un solo, dove sole 70 case sono abitate, e vivono non più di 280 anime, fra le quali molte assai misere.

Giace in una valle sotto le eminenze di Serradìle, e Nughèdu. Le strade sono strette, scoscese, sassose. Crescono all’intorno i letamai, e insieme l’infezione dell’aria. Il clima è caldo anzi che no. L’orizzonte è poco meno che per metà aperto, e stanno sott’occhio più di 20 paesi, cioè la contrada di Partecièr-reale, e quella di Canàles, e del Màrghine. Le frequenti malattie sono infiammazioni, e febbri periodiche e perniciose. L’ordinario corso della vita negli uomini è al settantesimo, nelle donne all’ottantesimo, ed anche più in là.

Queste sono laboriose, e non isdegnano i lavori campestri. Attendono alla tessitura, ma non lavorano più di quanto sia necessario alla famiglia.

L’antichità di Bidonì è contestata da alcune antiche memorie. Nel 1156 Barisone giudice dell’Arborèa dava in dono ad Algaburga nobil donzella di Catalogna, nell’atto che riceveva per di lei parte l’anello nuziale, questa e le altre due ville di s. Teodoro, e di Oiratìli (Vedi Manno Stor. della Sardegna a quest’epoca).

L’azienda agraria di questo comune era fissata a star. 150, a lire 152.4.0. Nello stato del 1833 esprimevasi il fondo granatico per lo numero di star. 1250, il nummario di lire 170.16.10 (Ragguaglia lo starello a litri 49,20, la lira a ll. n. 1.92).

Nella scuola normale si fa lezione a 6 fanciulli.

Questa terra è nello spirituale soggetta all’arcivescovo d’Oristano, che ne perceve le decime.

La parrocchiale è dedicata a s. Giambattista. Un vicario attende alla cura delle anime. Fuori del popolato in distanza di 10 minuti trovasi la chiesa di s. Pietro, nella quale si dà sepoltura ai cadaveri. È d’antica costruzione con le mura a tutte faccie vestite di pietre quadre e liscie, presso al quale, come porta la tradizione, era un monistero di benedittini. Il che è provato dagli antichi ruderi, e dalla donazione, che nel Condàce di s. Maria di Bonàrcado leggesi fatta della medesima a questo monistero. Razzolando fra le rovine furono trovati alcuni arnesi sacri di molto pregio.

In distanza poi di 30 min. a ponente vedesene altra dedicata alla nostra Donna nella commemorazione della sua natività, e denominata di Ossòlo dalla regione, in cui trovasi. Fu costrutta nel 1632 a tre navate, e con un portico a fronte e ad un dei lati. Intorno vi furono fabbricate parecchie casupole dette moristènis, che varrebbe monasteri, nelle quali nove giorni avanti della festa alcuni popolani e forestieri se ne restano per soddisfare alla loro religione. Il simulacro della Vergine vi si porta, e se ne toglie processionalmente. Nel giorno solenne si corre il palio, e si dà luogo ai divertimenti e sollazzi più graditi al contadino sardo. L’altar maggiore si fece a spese d’un cotal Antonio Devilla, uomo a’ suoi tempi ricchissimo, che stipendiava dopo gli altri, che gli servivano a miglior uso, non pochi uomini per governare i suoi venti e trenta tra veltri e mastini. Erano altre due chiesette, una a levante in distanza di 10 minuti, di cui ora resta parte delle pareti, dedicata a s. Agnese v. e m., altra al meriggio in distanza di 5 min., della stessa costruzione della summenzionata di s. Pietro, e quasi intera, se non che è già caduto il tetto. Era sotto l’invocazione di s. Gervasio martire.

Le principali sacre solennità sono addì 24 giugno per lo patrono, ed a’ 27 dicembre per lo compatrono s. Giovanni evangelista. Sono feste de Corriòlu (V. Barbagia. – Festa di Corriòlu), distribuendosi ai concorrenti pane e carni.

Confina questo territorio a levante coi salti e colle prominenze di Nughèdu, a ponente e meriggio coi salti di Serradìle, a tramontana col Sedilese. Si computa essere la sua estensione superficiaria di 12 miglia quadr., un terzo della quale è occupato da chiusi e vigne.

L’agricoltura è assai ristretta, come è ristretto il numero delle braccia. Ordinariamente si semina star. di grano 200, d’orzo 50, di fave e ceci altrettanto, e posson fruttificare, fatta la comune d’un decennio, il sette. Ove l’arte fosse adoperata con più studio e intelligenza, e l’ammontato letame si spargesse, maggiore sarebbe l’utile. Si semina pure del lino, che viene d’ottima qualità, e se ne può all’anno raccogliere circa 300 fasci di dodici manipoli per ciascuno.

Vi prospera la vigna massimamente nel colle, che sta a cavaliere dell’abitato verso greco, e si hanno molte varietà d’uve, ma in maggior numero bianche, delle quali conservasi non poca quantità insino al maggio. I vini sarebbero migliori senza la mescolanza del cotto, e con metodi migliori. Se ne fa a sufficienza per la consumazione.

Incontro alla popolazione in distanza di pochi minuti vedesi l’amenissima vallata detta Èrriu lunga circa due miglia, bellissima a vedersi per la lussureggiante vegetazione degli alberi da frutta e da ombra. Mandorli, peschi, pomi, olivi, susini, peri, albicocchi, meligranati, agrumi, quercie, pioppi, e più altre specie. Di queste frutta si fa smercio nella festa campestre, che si celebra in una chiesetta del territorio di Sèdilo in onore di s. Constantino Regolo sardo, giudice del Logudòro, per li tre giorni di fiera (5, 6, 7 luglio), e in quella di san Palmerio, che (addì 8 dello stesso mese) si celebra in Ghilarza.

Questa valle è irrigata dalle due copiose fonti, che pollano in vicinanza dell’abitato. I canneti, e gli orti la rendono più deliziosa.

La pastorizia è meschinissima. Le pecore (anno 1833) erano 400, le capre 60, le vacche tra rudi e mannalìte (domestiche) 100, i buoi da lavoro 80, i capi porcini 100, il qual bestiame pascola ne’ territori, e prati dello stesso villaggio, e può anche passare in quei di Serradìle, con cui si ha promiscua. I porci devono portarsi altrove al sagginamento, mancando qui i ghiandiferi.

Abbonda il selvaggiume, cinghiali, daini, lepri, volpi, martore, donnole: sono copiosissime le specie dei volatili più pregiati, pernici, tortori, beccaccie, meropi, merli, tordi, colombi selvatici. Alcuni popolani attendono alla caccia.

Molte sono le eminenze in questo territorio. Tra le altre merita di essere notata quella che nominasi di Bonaria a 20 minuti dall’abitato, sulla quale si osservano gli avanzi d’una chiesa. Le piante di lentisco la vestono in gran parte, e quindi principalmente raccolgonsi le coccole, onde spremesi molta quantità d’olio, che ben purificato serve per li lumi, e per le vivande.

Bagna queste campagne il Tirso, che i bidoniti, ed altri dei vicini paesi dicono Colocò, ed il Dalòro suo confluente dai medesimi appellato Ghiargio. Il corso del primo è di circa due ore dal sito Intercorra (Inter cornua), o Giuntùras, come usano altri di dire, sino all’unione col fiumicello Siddu, che dai campi di Aidomaggiore scorre, ed entra nella sponda destra, lunghesso il campo Stei, regione assai temperata, dove anche nei più forti temporali la neve non persiste che poche ore, e dove potrebbe farsi con molto frutto una seminagione di mille starelli.

Nelle prime escrescenze autunnali sogliono i pescatori prendere nei nassai grandissima quantità di anguille di ottimo gusto, e non poche del peso di circa dieci libbre (Ragguaglia la libbra a chil. 0,406). Nelle altre stagioni ne prendono coi giacchi, comechè in minor copia. Ne vendono fresca ai paesi d’intorno, e ne salano per la quaresima. Di primavera e di estate hannosi trote assai delicate e muggini, e prendonsi molte testuggini.

Sono frequenti d’inverno le inondazioni, e le acque distendendosi da una ad altra parte dell’alveo a mezzo miglio, cagionano danni gravissimi ai seminati. Mancano i ponti, e perciò tutti gli anni vi periscono molti passeggieri. Il guado di Codìnas nella linea della strada carreggiabile dalla Barbagia centrale è il passo men pericoloso, trovandovisi un fondo piano e fermo. Questo sarebbe il luogo più acconcio a costruirvi un ponte.

Non mancano i norachi. Sul colle delle vigne se ne vede uno quasi intatto; gli altri sono poco men che tutti e in tutto diroccati.

Questo comune entra nel marchesato di san Vittorio, di cui parlerassi all’articolo Parte-Barigadu.